TITOLO – “NOI, SCULTURE DEL TEMPO”
INTRODUZIONE:
Questo tema sul tempo nasce da un incontro tra la dimensione interiore e quella naturale.
Trova ispirazione, in primo luogo, nell’inquietudine riflessa: il rifiutare di guardarsi allo specchio. Un disagio interiore causato dalla non accettazione del continuo mutare della nostra identità. A questa dimensione intima si affianca il fenomeno avvincente del carsismo. Come la lenta ma progressiva erosione dell’acqua plasma la roccia con la complicità del tempo, così la vita incide e modella la nostra sostanza.
Ciò che segue è il tentativo di dare voce al destino che ci plasma – il “Noi, materia” – attraverso un’ode al coraggio di accogliere ogni nuovo dì come un incondizionato punto zero.
(Poesia)
“Noi, Sculture del Tempo”
Ogni alba è un punto zero.
Un varco di nuove prospettive
Oltre l’aspettativa, oltre il vissuto.
Accettiamo il nuovo dì
Anche se il suo riflesso
Ci appare dissonante,
O sconosciuto.
Accogliamo quest’oggi:
Sia un cielo di grafite
Anziché d’azzurro,
Un sapore aspro
Piuttosto che dolce,
Un lamento pietoso
E non un canto.
Opere plasmate, siamo, dall’invisibile,
La cui forma è in perenne metamorfosi.
Ora noti un segno, assente ieri.
Il tempo, artista inflessibile,
Scolpisce, senza permesso,
Il “Noi” materia,
Seguendo, impietoso, un disegno
Stabilito nottetempo.
(Monnalisa56) – Feudo Elisa
Riflessione – L’Ethos della ripartenza e il marmo dell’Essere
Se ogni giorno rappresenta “un punto di ripartenza incondizionato”, dobbiamo affrontarlo non come mera continuazione lineare del passato (il “ieri”), ma come una nuova matrice di possibilità. La nostra visione si colloca nel solco di una riflessione millenaria sul tempo. Illustri pensatori hanno esplorato il Divenire, l’Accettazione e la Temporalità soggettiva: dal celebre ‘Panta Rei’ (Tutto scorre) di Eraclito, fino alla spiritualità agostiniana, il mutamento è sempre stato il nodo centrale dell’esistenza. Dobbiamo accettare, imprescindibilmente, che il nuovo inizio possa anche deludere le nostre aspettative. Il cielo che oggi si presenta è di grafite, e non dell’azzurro che la memoria vorrebbe; Il gusto è aspro, non la dolcezza rassicurante delle abitudini. La vita non è una melodia costante, ma una sinfonia che include note stonate, dissonanze e silenzi strazianti. Solo accettando l’ombra – il pianto disperato – possiamo fare spazio alla luce e alla melodia autentica, senza l’ipocrisia di un benessere forzato. La metafora delle “sculture plasmate dall’invisibile” suggerisce che la nostra identità è il risultato di un’opera incessante e subita, dettata dal tempo. Impossibile è sottrarsi al lavoro dell’artigiano; ci scheggia, leviga e incide senza il nostro consenso esplicito. Il “segno che ora noti” non si riferisce solo alla ruga sul volto, ma svela anche una cicatrice dell’anima, una nuova consapevolezza, una perdita inattesa o una gioia improvvisa, ogni evento è un colpo di scalpello. Im questa realtà si configura il ruolo del tempo come esecutore di un “compito prestabilito a priori dalla notte dei tempi”.
In conclusione, siamo responsabili di come reagiamo all’incisione, ma non ci è permesso di bloccare la mano dello scultore. Non ci resta altro, pertanto, che l’accettazione attiva del cambiamento, abbracciando il nuovo “dì” per come si manifesta, poiché, in esso si cela la prossima, ineluttabile e vera versione di noi stessi.

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