Il concetto di tempo nella filosofia occidentale

Quella del tempo è una nozione su cui i filosofi hanno molto riflettuto e che assolve un ruolo fondamentale nel sapere scientifico.

Uno dei primi pensatori che ha affrontato il tema del tempo è stato Platone (Atene, 427-347 a. C).

Il filosofo ateniese propone un’affascinante teoria del tempo come immagine dell’eternità.

Secondo Platone quando il Demiurgo ha dato forma al cosmo, prendendo a modello il mondo delle idee, ha creato il tempo.

Descritto come “immagine mobile dell’eternità”, il tempo, attraverso i suoi cicli (giorni, notti, mesi ed anni), è l’imitazione dell’eternità nel mondo materiale.

Può essere, quindi, definito come una copia imperfetta ed in movimento del mondo delle idee, che è eterno ed immutabile.

Per Aristotele (Stagira, 384 a. C. – Calcide, 322 a. C.), invece, il tempo è strettamente legato al movimento.

Lo Stagirita lo descrive come il numero, ovvero la misura del movimento secondo il prima ed il dopo.

Egli afferma che il tempo si definisce solo in relazione al concetto di divenire.

Pertanto, in un ipotetico universo di entità immutabili la dimensione temporale non esisterebbe.

Il filosofo osserva, quindi, che il tempo, in senso stretto, non è il mutamento delle cose, ma la misura del loro divenire secondo il prima e il dopo.

E poiché ogni misura presuppone una mente misurante, capace di contare, la mente si considera come la condizione imprescindibile del tempo.

Questa concezione anticipa la visione soggettivistica del tempo di S. Agostino, che ne nega la realtà oggettiva ed indipendente.

S. Agostino (Tagaste, 354 d. C. – Ippona, 430 d. C.) affronta il problema del tempo incidentalmente, nel fornire chiarimenti sulla creazione del mondo.

Quando i filosofi pagani gli chiedono :”Che cosa faceva Dio prima di creare il mondo ?”, la sua risposta è netta.

Dio, dice il vescovo di Ippona, è eterno, è fuori dal tempo.

Creando il mondo, ha creato anche il tempo; senza la sua creazione, il tempo non sarebbe mai esistito.

Secondo S. Agostino il tempo è fuggevole perché il passato non c’è più, il futuro non è ancora, il presente nel momento in cui accade è già finito.

Egli ritiene che esiste solo il presente e in particolare il presente del passato, il presente del futuro e il presente del presente.

Il presente del passato è memoria, nel senso che noi guardiamo agli avvenimenti passati al presente, perché essi sono ancora conservati nella nostra memoria.

Così come il passato esiste nel tempo presente come memoria, anche il futuro esiste nel presente come attesa.

Quando noi diciamo di vedere le cose future, in realtà ci riferiamo alle cause o ad alcuni segni che già esistono e che perciò non sono futuri ma presenti per chi già li vede.

Ad esempio preannunziamo il sorgere del sole vedendo l’aurora.

La terza dimensione del tempo è il presente del presente, cioè l’attenzione che rivolgiamo a ciò che noi stiamo facendo nel momento attuale.

La triplice dimensione del tempo (presente del passato, presente del futuro e presente del presente) si trova nella nostra coscienza interiore.

E’ la nostra anima a conservare il passato come memoria, a focalizzarsi sul futuro come attesa e a concentrarsi sul presente come attenzione.

Ed è per questo che S Agostino definisce il tempo come distensione dell’anima.

E’ cioè un processo in cui l’anima si protende verso il passato con la memoria, anticipa il futuro con l’attesa e vive il presente attraverso l’attenzione.

Poiché il tempo è un’attività dell’anima, esso non esiste di per sé ma ha un carattere soggettivo.

Senza la vita soggettiva di una creatura, dunque, il tempo non esiste. Anche per questa via si giunge, quindi, a ribadire che il tempo non può precedere la creazione.

Riguardo poi al rapporto tra il tempo e la storia, va ricordato che i pensatori greci hanno una concezione ciclica del tempo.

In essi cioè troviamo l’idea che gli eventi si ripetono in un ciclo continuo ed illimitato, come una ruota che ritorna sempre al punto di partenza ( es. il giorno e la notte, le stagioni).

S. Agostino introduce, invece, una visione lineare del tempo, secondo la quale vi è un inizio, ovvero la creazione del mondo ed una fine, che prevede il giudizio universale.

Come S. Agostino, anche Kant (Konigsberg, 1724 – 1804) sostiene una tesi che non considera il tempo una realtà oggettiva esterna all’uomo.

Egli infatti definisce il tempo come uno schema mentale (forma a priori), che precede e condiziona ogni nostra percezione del mondo esterno.

Non si tratta quindi di una semplice abitudine mentale ma, appunto, di uno schema mentale che struttura la psiche di tutti gli uomini in tutte le epoche.

A riprendere poi la concezione ciclica del tempo sono stati Giambattista Vico (Napoli, 1668 – 1744) e Friedrich Nietzsche (Rocken, 1844 – Weimar,1900).

Vico ritiene che vi siano tre stadi storici nello sviluppo delle nazioni.

La prima è l’età degli dei, dove il potere è teocratico e i fenomeni naturali sono divinizzati

La seconda è l’età degli eroi, che vede l’emergere di una classe aristocratica di guerrieri e di un diritto basato sull’uso della forza.

Infine vi è l’età degli uomini, caratterizzata dalla diffusione della filosofia e del diritto e dall’ingentilirsi dei costumi.

Le nazioni, una volta compiuto il proprio ciclo, possono ricadere in uno stadio precedente, ricominciando daccapo il tragitto verso la civilizzazione e dando vita a corsi e ricorsi storici.

Il Medioevo, per esempio, rappresenta un ritorno alla barbarie dopo le vette della cultura classica e niente ci garantisce che la civiltà moderna non possa a sua volta entrare in una fase di decadenza.

Secondo Vico, inoltre, il susseguirsi di corsi e ricorsi storici è indirizzato dalla Provvidenza, che permette una sostanziale evoluzione storica.

Nietzsche, analogamente, nega l’esistenza di un fine del corso storico che trascenda singoli momenti ed afferma che tutto è destinato a ritornare, a ripetersi ciclicamente infinite volte nello stesso identico modo (teoria dell’Eterno ritorno).

Nella dottrina del tempo lineare (caratterizzato da un inizio ed una fine), ogni istante distrugge quello precedente, ogni cosa è travolta da quello che viene dopo.

Se perciò accetto tale dottrina non posso vivere pienamente, perché so che ogni istante sarà distrutto, privato di significato, da quello successivo.

Con la dottrina dell’Eterno ritorno, invece, posso vivere la vita fino in fondo, perché ogni cosa che faccio ha un valore assoluto: esiste un Eterno ritorno dell’uguale che equivale alla negazione della finitezza del tempo.

L’attimo dunque merita di essere vissuto per se stesso, come se fosse eterno.

In altre parole accettare la teoria dell’Eterno ritorno, significa dire sì alla vita nella sua interezza, compresi il dolore e la sofferenza, vivendo ogni istante come se dovesse ripetersi eternamente.

Per quanto sia possibile rinvenire nella storia del pensiero filosofico diversi ed originali concetti sul tempo, i più innovativi sono comparsi ai primi del 1900.

Si pensi ad esempio alla teoria formulata da Martin Heidegger (Messkirch, 1889 – Friburgo 1976).

Secondo il filosofo tedesco il tempo è il modo con cui l’essere conosce il mondo e sceglie di esistere

al mondo.

Heidegger, quindi, sostiene che il tempo non è una successione di istanti ma è la struttura fondamentale dell’esistenza umana.

L’esistenza è intrinsecamente temporale e si articola in tre dimensioni:

-passato (per via della condizione originaria dell’uomo di essere gettato nel mondo);

-futuro (in quanto l’uomo è un essere progettante);

-presente (che è il momento in cui le cose del mondo vengono utilizzate per realizzare i progetti).

Per Heidegger la dimensione temporale migliore è il futuro, che permette all’uomo di svolgere l’attività progettuale.

Un’altra concezione del tempo alquanto innovativa é quella di Henri Bergson (Parigi, 1859 – 1941).

Il filosofo francese propone una visione duale del tempo, il tempo della scienza e quello della coscienza.

Il tempo della scienza è quello oggettivo, misurabile ed è costituito da una successione di singoli istanti uniformi ma distinti tra di loro.

Il tempo della coscienza è quello soggettivo, non misurabile, ovvero è il tempo vissuto, legato all’esperienza umana ed è rappresentato da una sorta di flusso ininterrotto, in cui ogni istante si fonde con il precedente e con il successivo, creando un continuum indivisibile.

Molto avversata, infine, dai filosofi di età classica e misconosciuta dalla scienza è la concezione del tempo offerta da Eraclito (Efeso, IV – V secolo a. C.).

Il filosofo presocratico, nel definire il tempo “un fanciullo che gioca”, ha trasmesso un messaggio di speranza nella capacità umana di vivere creativamente il tempo medesimo.

1 commento

  1. Volete sapere quale è il mio concetto di tempo, ebbene il tempo è una convenzione stabilita dall uomo, serve esclusivamente a prendere il treno,nella realtà vera non esiste,in quella simulata rappresenta il movimento degli oggetti da un punto ad un altro, da uno stato all altro, è senz altro ciclico e non lineare,con tutto il rispetto per san AGOSTINO,la natura insegna e noi dovremmo imparare dai lei.

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*