Le “Prove” dell’esistenza di Dio 

                                   nella storia del pensiero filosofico occidentale                        

Le prove filosofiche dell’esistenza di Dio sono argomentazioni razionali, ereditate sopratutto dal pensiero classico e medievale, che cercano di dimostrare, in sede logica e metafisica, l’esistenza  di una causa prima, di un principio primo, di un principio assoluto, da cui deriva tutta la realtà.

E’ pleonastico sottolineare che tali prove non pretendono di dimostrare l’esistenza di un Dio personale, che crea il mondo per amore e che interviene liberamente a favore dell’uomo.

Si tratta, invece, di prove che hanno la una loro valenza, in quanto dimostrano che esiste una certa nozione di Dio che è pensabile e quindi confacente alla ragione umana.

Le prove filosofiche dell’esistenza di Dio si dividono in  due categorie: argomentazioni a priori (o ontologiche), che partono dalla definizione concettuale di Dio, senza utilizzare l’esperienza e  argomentazioni a posteriori, che partono dall’osservazione del modo sensibile, per risalire alla sua causa.

Esaminiamo, di seguito, la storia della ricerche delle prove dell’esistenza di Dio nel corso dei secoli.

Platone (428-348 a.C.)  

Secondo Platone, il fatto che possiamo  individuare nell’universo misura, regolarità e leggi può succedere perché esiste un ordine intellegibile.

L’ordine delle cose e il fatto che l’intelligenza possa accedervi grazie alla logica e alle scienze matematiche, portano il filosofo ateniese alla conclusione che debba necessariamente esistere, al dì sopra di tutto ciò che è organizzato (e che ovviamente non si è organizzato da solo), un grande organizzatore, il Demiurgo, l’artigiano in greco.

Il Demiurgo non è un creatore, non ha tratto il mondo dal nulla, anche perché la creazione dal nulla è un concetto del tutto estraneo alla cultura greca.

Egli si è limitato a imprimere una forma razionale a una massa informe di materia già preesistente, a trasformare il caos in ordine, dandogli una forma secondo il modello fornito dalle idee.

Come si vede Platone propone comunque una visione finalistica  del cosmo,  ovvero l’immagine di un universo dotato di un fine, di uno scopo, governato da un’intelligenza e non dalle cieche forze del  caso, come sostenevano i filosofi naturalisti.

Aristotele (384-322  a.C.)

L’argomentazione di Aristotele arriva a Dio tramite il concetto di movimento. 

Il suo ragionamento è il seguente: ogni oggetto che si muove è mosso a sua volta da un altro; dato che non è possibile risalire all’infinito nella catena di causa ed effetto ma è necessario a un certo punto che essa si fermi, ci deve essere una causa prima, cioè un ente che provoca il movimento ma 

che non è a sua volto mosso da niente altro.

Al riguardo Aristotele parla di motore immobile, che non si identifica con un Dio creatore del mondo, ma con una divinità intesa come fine ultimo cui tende l’intero universo.

Insomma il motore immobile di Aristotele non tenta di rispondere alla domanda “da dove veniamo?”, ma fornisce una risposta a quest’altra domanda “dove andiamo?”.

Il Dio di Aristotele è un essere interamente attivo, privo di ogni passività e che ha come oggetto principale del suo pensiero se stesso: il filosofo lo chiama quindi il “Pensiero di Pensiero”.

Plotino (205-270 d.C,) 

Secondo Plotino, filosofo di Alessandria, tutte le cose molteplici e mutevoli del mondo presuppongono necessariamente l’esistenza di un principio unitario, un principio primo assoluto, un principio supremo totalmente diverso dall’universo, che egli chiama Uno.

A differenza del Dio di Aristotele, che pensa se stesso, l’Uno di Plotino è talmente puro che non pensa nemmeno. 

Egli è talmente pieno di perfezione e di energia che trabocca per sovrabbondanza, generando il resto  del mondo senza subire alcuna diminuzione.

L’uno di Plotino dà origine ai livelli inferiori della realtà non con un atto volontario di creazione ma per emanazione (come il sole irradia la luce).

Il primo grado di realtà derivato dall’Uno è l’Intelletto o Nous, che contiene il mondo delle idee  e il 

pensiero che pensa se stesso.

L’intelletto genera, a sua volta, l’Anima, che dà vita e movimento al mondo corporeo e che si divide in una dimensione superiore, legata all’Intelletto e una inferiore, che plasma la Materia.

Emanazione dell’Anima è, quindi, la Materia (il mondo sensibile), che è vista come privazione di luce e di bene, come ombra estrema generata dalla lontananza dall’Uno.

Per il ritorno dell’Anima all’Uno gioca un ruolo fondamenta l’amore per la bellezza, che permette di vedere nelle cose materiali la traccia superiore da cui provengono. 

Un passo ulteriore è reso, poi, possibile dalla filosofia, ma l’ultimo decisivo balzo avviene con l’estasi (o unione mistica), attraverso la quale l’anima esce da se stessa per fondersi con l’Uno.

Sant’Agostino (354-430 d.C.)

Il filosofo cristiano produce una prova molto originale, che parte dal presupposto che esistono verità eterne.

Prendiamo ad esempio queste due proposizioni: 3+3= 6 oppure A=A.

Sono entrambi vere e non sono vere solo nel momento in cui le pensiamo, ma si tratta di verità che  sono sempre state vere e che lo saranno per sempre, in quanto sono eterne, necessarie, inamovibili e non dipendono da nulla.

Se anche l’universo scomparisse, la proposizione 3+.3=6 sarebbe sempre vera. 

Agostino si pone allora una domanda semplice: dove sono le “cose” che rendono vere queste affermazioni?

Non si tratta di cose materiali né di idee nella mia testa, perché, anche se io non esistessi, la frase sarebbe comunque vera.

Si tratta allora di pensieri, ma non di pensieri umani, perché anche senza gli uomini 3+3 farebbe sempre 6.

Rimane un’ultima soluzione: esiste un Pensiero supremo, eterno e necessario nel quale risiedono tutte le verità eterne.

Questo pensiero è Dio.

Sant’Anselmo d’Aosta (1033-1034 –1109)

La prova ontologica di Sant’Anselmo d’Aosta è un argomento a priori che utilizza esclusivamente il concetto o la definizione di Dio per dimostrarne l’esistenza, senza fare riferimenti al mondo.

E’ detta perciò a priori per differenziarla dalle prove a posteriori, che,invece, partono dall’esistenza del mondo per provare l’esistenza di Dio.

Secondo il filosofo cristiano Dio è per definizione “ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore”.

Se Dio è questo deve esistere per forza, altrimenti incapperemmo in una contraddizione e cioè non sarebbe più l’essere perfettissimo, perché gli mancherebbe qualcosa: l’esistenza appunto.

S. Tommaso d’Aquino (1224-1225 -1274)

S.Tommaso d’Aquino ha raccolto e fatte proprie cinque prove a posteriori comparse nella filosofia precedente e le ha chiamate le “cinque vie” per dimostrare l’esistenza di Dio.

Tali prove sono dette a posteriori perché partono da ciò che logicamente e cronologicamente viene dopo, cioè il mondo, per  provare l’esistenza del suo autore, cioè Dio, che logicamente e cronologicamente viene prima.

Si tratta di prove abbastanza simili tra loro: tutte, tranne in parte quella dei gradi, fanno leva sul fatto che il mondo da solo non si si spiega e che occorre postulare una causa suprema che ne giustifichi l’esistenza.

Le cinque vie

Prima via (il movimento).

Se tutto ciò che esiste è mosso da altro, come sosteneva Aristotele, allora, per non risalire all’infinito nella serie delle cause, dobbiamo ammette l’esistenza di un primo motore immobile, che origina il movimento.

Seconda via (la causa efficiente).

Nel mondo esistono delle serie causali (es. A è figlio di B; B di C; C  di D e così via). Per non risalire all’infinito nella serie delle cause, si dovrà ammettere l’esistenza di una causa prima incausata all’origine della serie. Questa causa è Dio.

Terza via (la contingenza). 

Le cose che ci circondano hanno il carattere di essere contingenti ( ci sono ma potrebbero anche non esserci).

Poiché, però, esistono, dobbiamo ammettere che un essere necessario ne ha causato l’esistenza. Questo essere necessario che ha causato l’esistenza di tutte le cose contingenti è Dio.

Quarta via (i  gradi di perfezione).

Se nell’universo esistono delle gradazioni nelle cose (il bello, il sommamente bello, il meno bello),  allora dobbiamo ammettere che tutte le cose possiedono un massimo e un minimo. Dio è il massimo di ogni cosa: somma bellezza, somma bontà e somma perfezione.

Quinta via (il  fine o la finalità). 

Nel mondo c’è una organizzazione finalistica (organismi, ecosistemi, ecc.) che non si spiega da sola. Dio è la suprema intelligenza che ha ordinato tutto.

Cartesio (1596-1650). 

Cartesio formula tre prove principali per dimostrare l’esistenza di Dio: lo scopo di tali prove è quello di uscire dal dubbio scettico e garantire che le nostre qualità di conoscenza siano vere e affidabili.

Prima prova (dall’idea di perfezione).

Nella nostra mente esiste un’idea innata di un essere perfettissimo e infinito (Dio). 

Ma, essendo noi imperfetti, perché dubitiamo e proviamo desideri, un’idea così alta di perfezione non può essere stata prodotta da noi stessi: deve necessariamente esistere un essere perfetto che ha inserito questa idea nella nostra mente. 

Seconda prova (dalla causa dell’Io)  

Se l’uomo si fosse creato da solo e fosse perfetto si sarebbe dato tutte le perfezioni.

Poiché l’uomo è imperfetto e dubita, deve necessariamente esistere un essere superiore e perfetto (Dio) che lo abbia creato e lo conservi istante per istante.

Terza prova (ontologica a priori).

Questa prova riprende l’argomentazione fornita da Sant’Anselmo d’Aosta: Dio è un essere perfettissimo e non può non avere come attributo quello dell’esistenza.

Dunque l’esistenza di Dio  si deduce direttamente dalla sua essenza, cosi come in un triangolo  è necessario che la somma degli angoli interni sia pari a 180 gradi.

Leibniz (1646-1716).

Anche Leibniz elabora, come Cartesio, tre prove dell’esistenza di Dio.

Prova cosmologica. 

Questa prova stabilisce che essendo le cose contingenti, (ovvero possono esistere e non esistere), devono avere necessariamente una ragione sufficiente per la loro  esistenza, che risiede in un essere necessario: Dio.

Prova ontologica. 

Leibniz, a differenza di Cartesio che non metteva in discussione l’idea di Dio, sostiene che la tale prova funziona solo se si dimostra prima che il concetto di Dio è possibile, ovvero che le sue perfezioni (sapienza, bontà, onnipotenza,ecc.) non si contraddicono tra di loro,

non si elidono a vicenda.

Se, quindi, un essere perfettissimo è possibile, deve esistere perché l’esistenza necessaria è compresa nel concetto di perfezione assoluta.

Prova dell’armonia prestabilita. 

Questa argomentazione dimostra che l’armonia dell’universo non può essere spiegata senza Dio,che ha predisposto questo accordo armonico sin dall’eternità.

Kant (1724-1804).

Kant muove innanzitutto una critica all’argomentazione a priori di Sant’Anselmo d’Aosta, che egli definisce “prova ontologica”, in quanto ricava l’esistenza di Dio riflettendo su ciò che Dio è, sul suo essere, sulla sua essenza.

Secondo Kant non è possibile considerare l’esistenza come qualcosa di insito in un concetto, perché l’esistenza è qualcosa di estremamente differente dal concetto.

Infatti, come prova l’esempio dei cento talleri, ci possono essere cose identiche dal punto di vista contrattuale, ma differenti sul piano dell’esistenza: i cento talleri pensati, dal punto di vista concettuale, sono identici ai cento talleri che ho in tasca; solo che i primi sono esclusivamente pensati, mentre i secondi esistono realmente e possono essere spesi.

Nella “Critica della ragion pura” il filosofo tedesco considera Dio un’idea trascendentale della ragione, che non può essere oggetto di esperienza sensibile.

In altri termini, secondo Kant, l’esistenza di Dio non può essere dimostrata perché la nostra conoscenza è limitata all’esperienza sensoriale. 

Dio, invece, si trova oltre i limiti della conoscenza umana e non può essere conosciuto come un oggetto. 

Nella “Critica della ragion pratica” l’esistenza di Dio diventa, però, un postulato, cioè una proposizione teoretica che, lungi dall’essere dimostrabile scientificamente, serve per dare un fondamento logico all’agire morale.

Dio, dunque, diventa garante del fatto che la virtù sarà premiata nella vita ultraterrena.

Hegel (1770-1831). 

Per Hegel Dio coincide con l’Assoluto e non è un essere trascendente separato dal mondo ma vive e si manifesta dentro la realtà: il mondo è il modo in cui Egli  si realizza.

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L’Assoluto, secondo Hegel, è,quindi, la Ragione (o Logos), che non si limita ad osservare l’universo, ma lo permea, lo muove e lo governa.

L’identità tra realtà e razionalità è sintetizzata nella sua celebre frase “tutto ciò che è razionale è reale e tutto ciò che è reale è razionale”.

Alla luce di quanto esposto Hegel giunge alla conclusione che le prove sull’esistenza di Dio non sono freddi ragionamenti logici ma descrivono l’elevazione del pensiero dal mondo finito all’infinito.

Jaspers ( 1883-1969). 

Jaspers, a differenza di Hegel, fa coincidere Dio con la Trascendenza, ovvero con ua dimensione che supera il mondo materiale e la comprensione umana, ponendosi al di là della realtà empirica.

Il ragionamento del filosofo è il seguente: l’esistenza umana è destinata allo scacco, che si  manifesta in “situazioni limite” come il dolore, la lotta, la morte.

In tali situazioni l’uomo si scontra con qualcosa che lo trascende e lo conduce al “naufragio” di tutte le sue possibilità e delle sue certezze.

Tuttavia è proprio attraverso il riconoscimento della propria  finitudine, che l’uomo può finalmente aprirsi alla Trascendenza.

La Trascendenza non puo essere oggetto, quindi, di dimostrazione scientifica, ma si rivela all’uomo  come un mistero attraverso le cifre (o simboli).

Sono cifre della trascendenze la natura, l’amore, la religione e  i “personaggi “decisivi” (Socrate, Buddha, Confucio e Gesù)-

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Godel (1906-1978). 

Godel, uno dei più grandi logici e matematici della storia,, ha rielaborato l’argomento ontologico di Sant’Anselmo d’Aosta, secondo il quale il concetto di Dio, come essere più grande possibile, include necessariamente l’esistenza e lo ha tradotto in un rigoroso sistema di logica modale formale.

La prova di Godel si basa su 3 definizioni e 5 assiomi  e da queste basi, attraverso deduzioni rigorose, arriva a dimostrare che l’esistenza di un Ente Supremo (Dio) risulta logicamente necessaria.

                                  Teismo, Deismo, Panteismo, Panenteismo, Post Teismo

In uno scritto avente ad oggetto le prove filosofiche sull’esistenza di Dio, non vanno sottaciuti i diversi modi di intendere Dio e il suo rapporto con il mondo.

Il Teismo crede in un Dio personale, separato dal mondo, che oltre a creare il mondo ex nihilo (dal nulla), interviene nelle vicende degli uomini, ascoltando le preghiere, perdonando i peccati e facendo i miracoli.

Il Deismo, invece, immagina un Dio separato dall’universo, che, dopo aver creato il mondo, non interviene nelle vicende umane con miracoli o rivelazioni particolari.

Il deismo si diffuse durante il periodo dell’Illuminismo ed ebbe tra i massimi esponenti il filosofo francese Voltaire.(1694-1778).

Secondo il Panteismo Dio deve essere inteso come un principio immanente e non trascendente e coincide con l’universo e con la totalità della natura.

Emblematica al riguardo è l’espressione “Deus sive natura (Dio ossia la natura), pronunciata e scritta dal filosofo olandese Spinoza ( 1632-1677), il più illustre esponente di questa concezione filosofica, che vuol dire letteralmente “Dio è tutto” e “ Tutto è Dio”.

Dal Panteismo si distingue il Panenteismo, la posizione filosofica e teologica secondo cui l’universo è in Dio, ma Dio  è maggiore dell’universo.

Strettamente legato al Panenteismo è il Post Teismo, una posizione teologica diffusasi negli ultimi anni con l’intento di superare il cristianesimo tradizionale.

Entrambi infatti rifiutano l’idea di un Dio antropomorfo, separato dal mondo, un sovrano che (da lassù nel cielo) interviene occasionalmente nella storia.

Il Post Teismo propone un’immagine di Dio come forza creativa che permea la realtà, come forza nascosta che non fa direttamente le cose ma fa in modo che le cose si facciano ed evolvano.

                                                      Breve conclusione dell’autore

Come sottolineato nella premessa, le prove filosofiche sull’esistenza di Dio non pretendono di dimostrare Dio quale essere personale, con caratteristiche antropomorfiche, che crea il mondo con un atto di amore e che è pienamente attivo nella storia e nella cura del cosmo.

Tuttavia dette prove sono importanti anche per la teologia, perché anche grazie ad esse l’oggetto della fede e della rivelazione può apparire alla ragione umana come “pensabile”.

Autore: Umberto Ranucci

1 commento

  1. Una ricerca certosina, un’esposizione laboriosa, una conclusione che conferma non l’esistenza di Dio ma l’importanza di un’esistenza vissuta alla sua ricerca perché ne sentiamo la sua necessità.

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