Se vuoi muovere il mondo, muovi prima te stesso

Ci capita spesso di guardare con indignazione al mondo in cui viviamo, lamentandone le mancanze e le ingiustizie, ma raramente ci chiediamo  quale contributo possiamo dare per cambiare le cose.

Le nostre azioni, pur condizionate dal contesto e dalle circostanze, sono influenzate anche dal nostro mondo interiore, dalle convinzioni maturate e dalle esperienze vissute.

Spesso crediamo che ciò che non funziona dipenda dagli altri, senza considerare che il modo stesso in cui interpretiamo la realtà è già una costruzione interna.

La celebre frase attribuita a Socrate “Se vuoi muovere il mondo, muovi prima te stesso” racchiude la tensione , antica come  l’uomo, tra il desiderio di cambiare il mondo e la resistenza alla trasformazione interiore.

Eppure il cambiamento del mondo inizia con il cambiare noi stessi. Il desiderio di muovere il mondo assume così un significato più profondo: prima ancora dell’azione esterna, c’è uno sguardo che va educato, reso più onesto e più consapevole.

Conoscere se stessi

Muovere se stessi significa, innanzitutto, acquisire una maggiore consapevolezza di sé: riconoscere i propri punti di forza e avere il coraggio di guardare anche ai propri limiti,  paure e  contraddizioni.

Spesso siamo guidati da schemi mentali, ovvero  costruzioni mentali,  imparate probabilmente nell’infanzia e consolidate nel tempo, che influenzano ciò che consideriamo giusto o sbagliato, il modo in cui ci comportiamo e le nostre relazioni con gli altri.

Se guardiamo la vita soltanto dal dolore, vedremo soprattutto ferite.

Se la guardiamo attraverso le delusioni, rischiamo di vedere nemici anche dove ci sono persone fragili, incapaci di amare come vorremmo.

Avere il coraggio di cambiare

Ogni cambiamento richiede coraggio, perché significa confrontarsi con ciò che non si conosce e rinunciare, almeno in parte, alle proprie abitudini .

Anche quando diventiamo consapevoli dei nostri schemi,  cambiare non è affatto semplice. Essi ,  infatti, possono essere profondamente radicati e attivarsi automaticamente, senza che ce ne accorgiamo .

Rappresentano ciò che conosciamo e anche se provocano dolore sono qualcosa di familiare e rassicurante perché  con essi sappiamo   come muoverci e proprio per questo ci appaiono preferibili rispetto all’incertezza del  nuovo.

Muovere se stessi significa attraversare questa resistenza, mettere in discussione  ciò che è conosciuto e rassicurante e avere il coraggio di  uscire dalla propria zona di comfort . 

Lo psicologo americano Jeffrey E. Young, attraverso la sua teoria degli schemi e, in particolare, degli schemi maladattivi precoci, ha approfondito il ruolo che questi possono avere nel modo in cui interpretiamo le esperienze e reagiamo alle situazioni.

Questi schemi possono essere immaginati come occhiali che indossiamo da sempre e, anche quando ci accorgiamo che ci fanno vedere la realtà in modo distorto, toglierli può farci sentire spaesati e insicuri.

Senza voler esaurirne tutta la simbologia filosofica , trovo “ Il mito della caverna” di Platone particolarmente pertinente per descrivere la fatica di abbandonare le nostre certezze e la paura di aprirsi a nuove prospettive.

Nella Repubblica Platone immagina degli schiavi  incatenati in una  caverna sotterranea e costretti  a guardare solo davanti a sé. Sul fondo della caverna si riflettono immagini di statuette, che sporgono al di sopra di un muricciolo alle spalle dei prigionieri e raffigurano tutti i generi di cose.

Dietro il muro si muovono, senza essere visti, i portatori delle statuette, e più in là brilla un fuoco che rende possibile il proiettarsi delle immagini sul fondo. I prigionieri scambiano quelle ombre per la sola realtà esistente.

Ma se uno di essi riuscisse a liberarsi dalle catene, voltandosi si accorgerebbe delle statuette e capirebbe che esse, e non le ombre, sono la realtà. Se egli riuscisse in seguito a risalire all’apertura della caverna scoprirebbe, con ulteriore stupore, che la vera realtà non sono nemmeno le statuette, poiché queste ultime sono a loro volta imitazione di cose reali,  rese visibili dall’astro solare.

Dapprima, abbagliato da tanta luce, non riuscirà a distinguere bene gli oggetti e cercherà di guardarli riflessi nelle acque. Solo in un secondo tempo li scruterà direttamente. Ma, ancora incapace di volgere gli occhi verso il sole, guarderà le costellazioni e il firmamento durante la notte. Dopo un po’ sarà finalmente in grado di fissare il sole di giorno e di ammirare lo spettacolo scintillante delle cose reali.

Ma se egli, per far partecipi i suoi antichi compagni di schiavitù di ciò che ha visto, tornasse nella caverna, i suoi occhi sarebbero offuscati dall’oscurità e non saprebbero più discernere le ombre: perciò sarebbe deriso e spregiato dai compagni che lo accuserebbero di avere gli occhi “guasti”.

Nella mia lettura del mito, le ombre rappresentano  i nostri schemi mentali, le abitudini e quelle difese interiori che ci raccontiamo per sentirci al riparo. La caverna coincide con la nostra zona di comfort: uno spazio noto e prevedibile, ma che finisce per ingabbiarci.

Uscire dalla caverna significa mettere in dubbio le nostre certezze; accettare che la realtà possa essere  diversa da come l’abbiamo sempre immaginata; superare la paura del nuovo; allargare il nostro sguardo per accogliere la complessità, fuori e dentro di noi.

Il mito può essere letto anche come una rappresentazione della  difficoltà di mettere in discussione le proprie convinzioni e di quanto sia difficile far comprendere agli altri una realtà diversa da quella a cui sono abituati.

Dalla consapevolezza all’azione

Riconoscere i propri schemi mentali è il primo passo, ma il cambiamento diventa reale solo quando si traduce in azioni concrete.

Possiamo cominciare da piccoli gesti  quotidiani:  ascoltare senza interrompere, mantenere una promessa, fermarci prima di reagire impulsivamente, rispettare chi la pensa diversamente, provare a considerare il punto di vista altrui oppure riconoscere un errore senza cercare giustificazioni.

Se desideriamo più gentilezza, dobbiamo essere gentili. Se vogliamo più onestà, dobbiamo essere onesti. Prima di puntare il dito o condannare una debolezza altrui, ricordiamoci quante volte anche noi abbiamo avuto bisogno di comprensione. Il vero cambiamento inizia quando smettiamo di contare le colpe degli altri e iniziamo a riconoscere le nostre.

Il valore dell’esempio

Le nostre azioni possono influenzare anche il comportamento delle persone con cui condividiamo esperienze e relazioni e che osservano il nostro modo di agire.

L’esempio può rendere concreto  ciò che le parole da sole non riescono a dimostrare.  

Ciò vale soprattutto nei contesti educativi e sociali: un genitore educa con ciò che fa; un insegnante forma con il proprio atteggiamento, oltre che con le nozioni; un cittadino corretto costruisce relazioni basate sulla fiducia.

Come emerge dal mito platonico, la conoscenza comporta una responsabilità verso la comunità.  L’uomo che ha raggiunto il mondo esterno non rimane nella luce da solo: dopo aver conosciuto una realtà diversa, ritorna nella caverna per raccontare agli altri ciò che ha visto.

A questo proposito, il manuale Figure della filosofia, volume A, a cura di Giovanni Fornero, pagg. 136-137 evidenzia proprio il valore di questo ritorno :

“Ritornare nella caverna significa, per l’uomo, porre ciò che ha visto a disposizione della comunità, rendersi conto egli stesso di quel mondo (= la caverna oscura), che, per quanto inferiore, è il mondo umano, quindi il suo mondo, e obbedire al vincolo di giustizia che lo lega all’umanità nella propria persona e in quella degli altri.

Dovrà dunque riabituarsi all’oscurità della caverna; e allora vedrà meglio dei compagni che vi sono rimasti e riconoscerà la natura e i caratteri di ciascuna immagine per averne visto il vero esemplare: la bellezza, la giustizia ed il bene.

Così lo Stato potrà essere costituito e governato da gente sveglia e non già, come accade ora, da gente che sogna e che si combatte per delle ombre e si contende il potere come se fosse un gran bene. Soltanto col ritorno nella caverna, soltanto cimentandosi nel mondo umano, l’uomo avrà compiuto la sua educazione e sarà veramente filosofo”.

Dal cambiamento personale al cambiamento collettivo

Cambiare il mondo può sembrare un obiettivo troppo grande per una sola persona. Tuttavia, ogni trasformazione sociale nasce dalle decisioni e dalle azioni dei singoli.

Quando scegliamo di incarnare il cambiamento, inneschiamo un effetto a catena. Un gesto di altruismo può incoraggiare altri a fare del bene; una scelta di consumo consapevole può orientare le aziende verso pratiche più responsabili;  una voce  che si alza contro un’ingiustizia può incoraggiare altre persone a non restare in silenzio.

Non tutti  possiamo risolvere i grandi problemi del mondo, ma ognuno di noi può scegliere come comportarsi, quali valori difendere e quale contributo offrire alla comunità.

È  proprio dalla disponibilità ad assumerci questa responsabilità che può iniziare il cambiamento e non dall’attesa che siano gli altri a fare il primo passo.

Doriana Marina Reale

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