Arthur Schopenhauer

                                                              

Breve biografia

Nasce a Danzica il 22 febbraio 1788 in una famiglia di ricchi commercianti tedeschi e fin dalla più giovane età viaggia molto in tutta Europa, prima al seguito del padre (che muore suicida quando lui ha diciassette anni), poi della madre, una scrittrice dai costumi piuttosto liberi.

Nel 1813 si laurea in filosofia all’Università di Jena e, dopo aver ottenuto la libera docenza, insegna all’Università di Berlino dal 1820 al 1832, tenendo le sue lezioni negli stessi orari di quelle di Hegel e naturalmente non trovando in classe neppure uno studente.

Dopo aver ripetutamente definito Hegel un ciarlatano di mente ottusa ed una testa di legno, getta la spugna ed abbandona l’insegnamento per trasferirsi a Francoforte, dove rimarrà fino alla sua morte, avvenuta il 21 settembre 1860.

Opere 

Le sue opere principali sono: Il mondo come volontà e rappresentazione (1818), Sul volere nella natura (1836), Sulla libertà del volere umano (1939), Il fondamento della morale (1840) e Parerga e Paralipomena (1851).

Pensiero

Secondo Schopenhauer il mondo che percepiamo e viviamo è una rappresentazione soggettiva della realtà, un fenomeno, un’apparenza, un’illusione.

Egli quindi si domanda: ma se tutto ciò che noi sappiamo del mondo è sempre determinato dai nostri schemi mentali, come possiamo pensare di giungere ad una conoscenza obiettiva della realtà?

La risposta non può che essere negativa, poiché ogni conoscenza è sempre e soltanto una costruzione mentale.

Schopenhauer, riprendendo una leggenda indiana, sostiene che vi è un Velo di Maya che copre il vero volto delle cose, ma che c’è anche un modo di sollevarlo e di scoprire la realtà più vera che si cela sotto l’apparenza.

Insomma c’è una via di accesso alla cosa in sé kantiana (noumeno), resa possibile dal fatto che l’uomo non è soltanto un mero soggetto conoscente, ma anche oggetto della rappresentazione ovvero corpo.

Schopenhauer, infatti, afferma che ognuno di noi è in grado di conoscere un unico oggetto nell’intero universo e che questo oggetto è il nostro corpo.  

Il nostro corpo non è un oggetto che sta fuori di noi, che possiamo percepire solo attraverso i sensi; è invece qualcosa che viviamo anche dal di dentro, che possiamo sentire e conoscere in modo obiettivo ed essenziale.

Ed attraverso la conoscenza del nostro corpo, possiamo scoprire la vera realtà di tutte le cose.

Il corpo dunque è il veicolo attraverso cui si manifesta la volontà di vivere, che, situata al di sotto dell’illusoria apparenza fenomenica, si identifica con la cosa in sé di Kant (noumeno) e rappresenta l’essenza della realtà.

In altre parole mentre Kant ritiene che la cosa in sé sia solo pensabile ma non conoscibile mediante i sensi e la ragione, Schopenhauer la fa coincidere con la volontà di vivere.

Secondo il filosofo, l’uomo possiede una pura e semplice volontà, intesa come una volontà di vivere, come una forza cieca e misteriosa che lo spinge a desiderare, agire, lottare, soffrire.

Un cieco, irrazionale ed universale istinto di sopravvivenza, che, come una forza cosmica, muove tutti gli esseri, spingendoli anche a lottare gli uni contro gli altri, nell’illusione di poter in tal modo affermare la propria individualità.

La volontà di vivere produce alternativamente sofferenza e noia.

A tal proposito Schopenhauer usa la metafora del pendolo, osservando che la vita umana oscilla proprio come un pendolo tra dolore e noia: il dolore che scaturisce dalla mancanza, dal desiderio non soddisfatto, si alterna con la noia, un sentimento che si manifesta quando il desiderio viene soddisfatto.  

Il piacere invece è, per il filosofo, solo una momentanea cessazione del dolore, che però porta rapidamente alla noia.

E’ una condizione fugace ed illusoria, a differenza del dolore, che è un dato primario dell’esistenza umana.

Per Schopenhauer, però, è possibile sfuggire a questo destino di sofferenza combattendo la volontà di vivere ed il suo nefasto influsso. A tal proposito egli individua tre vie, tre possibilità per uscire dal dolore.

La prima possibilità è offerta dalla conoscenza estetica.

Schopenhauer esprime, al riguardo, una visione romantica dell’arte, parlando del genio artistico come di colui che si pone oltre la volontà, il tempo e il dolore ed è in grado di contemplare in modo disinteressato il mondo e la bellezza, diventando puro soggetto di conoscenza, puro occhio del mondo.

Egli propone una gerarchia che va dall’architettura alla scultura, dalla pittura alla poesia fino alla musica, la forma d’arte meno legata a materia, spazio e tempo e quindi meglio in grado di trascinare l’uomo al di là dei fenomeni.

La seconda via per uscire dal dolore è la morale.

La morale consta di due elementi: la giustizia, che consiste nella consapevolezza che hanno gli uomini di essere accomunati da un unico destino di sofferenza, che li induce a superare i propri egoismi; la compassione (simpatia), ovvero la partecipazione al dolore altrui attraverso il proprio.

La terza possibilità per uscire dalla sofferenza è l’ascesi.  

Con l’ascesi, che si attua mediante il digiuno, il silenzio, la castità e l’umiltà, l’uomo rinuncia radicalmente alla propria volontà di vivere (noluntas).

La tappa finale dell’ascesi è il nirvana, inteso come condizione di beatitudine perfetta e di assenza di dolore, che nasce dall’annullamento di sé e di tutte le passioni (il termine viene dalla filosofia buddhista ed è entrato nella tradizione occidentale proprio grazie a Schopenhauer).

Non è, invece, considerata una fuga dalla vita il suicidio: chi si suicida in realtà ama la vita, ma considera intollerante la situazione in cui si trova.

Secondo Schopenhauer, quindi, il suicidio sopprime solo l’individuo, ma non altera la volontà di vivere, che continua ad esistere.

Il filosofo tedesco ci insegna, poi, anche un modo per trovare la serenità nella vita quotidiana.

Egli, infatti, pur essendo stato il filosofo del pessimismo e avendo dedicato gran parte della sua vita a studiare

Il dolore, l’illusione e l’insoddisfazione come tatti costitutivi dell’esistenza, è stato autore, tra gli altri, del seguente aforismo:” La felicità appartiene a coloro che bastano a sé stessi”.

Scrivendo ciò, Schopenhauer ha voluto intendere che, per vivere il meno infelicemente possibile, bisogna costruire una solida autonomia interiore, senza cercare il giudizio e l’approvazione degli altri.

La felicità, per lui, non è non è euforia né trionfo e quindi non è sentimento attivo ma equilibrio interiore.

Il bastare a sé stessi, inoltre, non significa chiudersi al mondo e pensare di poter vivere senza affetti.

Il senso della frase è invece: stare bene con sé stessi in modo da non dipendere dall’immagine che riusciamo a dare agli altri e quindi da qualcosa che non possiamo controllare.

Autore: Umberto Ranucci

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