Nei momenti cruciali della vita, di fronte a terribili ed inspiegabili tragedie, la domanda che l’uomo si pone è sempre la stessa: “Perché?” e la risposta che avanza, la più antica, è questa: “Destino”.
Secondo alcuni il destino è accadimento puro, è caso; è privo di senso, non ha un’intenzione né uno scopo, non ha la pretesa di essere giusto, è inspiegabile ed agisce in modo arbitrario.
Per tale concezione, quindi, il destino, inteso come caso e quindi deprivato di finalità, è incompatibile con la nozione di causa ed è strettamente legato al concetto di disordine, tant’è che linguisticamente parlando caso è anagramma di caos.
Perciò i fautori di questa teoria sono convinti che la vita sia un intreccio casuale di eventi occasionali e fortuiti, che si intrecciano in modo cieco ed insensato, per cui ogni esistenza appare punteggiata di fatalità, senza una causa od uno scopo che compongano un disegno coerente.
Nella vita quotidiana “per caso” e quindi senza una logica ed un criterio, si incontrano persone e si ritrovano oggetti; si contraggono malattie e si scoprono medicine; si vince al lotto e si perde alle slot-machine; si azzeccano scelte di lavoro e si manca per un soffio la grande occasione della vita.
Si parla di caso, scriveva Plutarco, “quando si trova dell’oro mentre si scava la terra per piantarvi degli alberi”.
Alla concezione del destino inteso come fatalità, si contrappone una visione mitologica, secondo la quale la vita dell’uomo ed il destino del cosmo sono scritti entrambi nel corso delle stelle.
Anche gli dei greci e romani o il dio della Bibbia personificano quella forza del destino intransigente, prepotente, irrazionale ed ingiusta, che influenza l’individuo fin dalle sue origini, ne condiziona l’identità, la storia e la fine.
L’immagine mitologica del destino dice che gli aspetti nodali dell’esistenza umana (la durata della vita, gli eventi forti della vita, la natura della morte, ecc.) sono predeterminati, fissati in anticipo, vengono stabiliti in aree estranee ed esterne alla persona.
Secondo tale concezione, il nostro destino è già scritto e teoricamente può essere letto in anticipo sugli eventi.
Nella narrazione mitologica le coincidenze, apparentemente occasionali, sono legate da congiunzioni di senso e compongono un progetto organico.
La visione esoterica, che si invola verso le dimensioni impalpabili degli spiriti celesti e degli dei, verso un altrove, un ultramondo metafisico, dove vengono forgiati i destini degli uomini e dove si giocano le sorti degli individui, non è facilmente accoglibile da una mente razionale.
Di grana lunga più suggestiva è, infatti, la teoria del destino genico, che riconduce le apparenti fatalità della vita alle strutture più arcaiche ed elementari dell’organismo umano ovvero i cromosomi.
In altre parole i fautori di questa teoria sostengono che il nostro destino dipende dal patrimonio genetico familiare: se nel corredo genetico di una persona è sepolta l’immagine del suicidio, è probabile che questa venga attratta da un’altra persona che ha un genoma connesso ad idee suicidarie.
Oppure chi ha un patrimonio familiare legato al desiderio della morte può essere destinato ad incontrarsi con colui che ha un albero genealogico pieno di assassini, ragion per cui si verifica un incontro non casuale tra vittima e carnefice.
Ultima, ma solo per ordine di esposizione, è la concezione che attribuisce al destino i parametri dell’inconscio individuale.
L’inconscio è interiore all’uomo, è una componente della psiche, di cui l ‘io, ovvero la coscienza, non ha consapevolezza; esso agisce con lucidità e abilità ed i vantaggi perseguiti nonché i benefici ottenuti non sono graditi all’io.
E’ l’inconscio che spinse un uomo ad installare un programma sul computer della moglie; nel farlo egli aprì per caso un file relativamente nascosto, contenente le mail che la moglie si scambiava con l’amante.
Non c’era in lui alcuna intenzione di spiare la moglie, ma il suo inconscio frugò nei nascondigli più riposti del computer.
E’ sempre l’inconscio che spesso induce il serial-killer a commettere passi falsi, per essere identificato e condannato e poter espiare il suo senso di colpa.
Tutti o quasi tutti concordano nel ritenere che sorte, caso, fortuna, fato e destino non si possono cambiare; Seneca diceva che “il fato guida chi lo segue e trascina chi gli si oppone”.
L’uomo non è completamente padrone della propria vita, perché guidare le proprie scelte ed orientare lapropria esistenza in modo assoluto è impossibile.
Tuttavia egli può sentirsi artefice, seppure parzialmente, del proprio destino, assumendo un atteggiamento positivo nei confronti degli eventi dolorosi e tragici della vita, perché la forza del destino è possente, ma lascia all’individuo margini di libertà tanto ampi da scegliere, perfino, tra la possibilità di vivere per niente o morire per qualcosa.
Una donna sposata, a cui venne diagnosticato un carcinoma inguaribile, anziché affliggersi, decise di prendere in mano la sua vita e di soddisfare i propri bisogni relazionali, interrompendo il proprio rapporto con il marito e con la suocera e ricominciando a frequentare le amiche.
Un ergastolano, dopo aver vissuto un periodo di scoramento iniziale, si inventò un modo per vivere, dedicandosi allo studio ed alla lettura.
Risulta evidente chi sia la donna ammalata di tumore sia il carcerato hanno avuto la forza di guardare al futuro, aderendo consapevolmente al disegno del destino, ovvero mantenendo un ruolo attivo negli accadimenti dell’esistenza.
Perciò il libero arbitrio dell’uomo consiste innanzitutto nella partecipazione alla propria vicenda esistenziale ovvero all’attuazione del piano di vita del destino.
Umberto Ranucci

LA MIA OPINIONE E’ CHE IL MITO DICE IL VERO. IL MITO, QUELLO GRECO, DEI VEDA, BIBLICO, CONSIDERATO DA MOLTI UNA FAVOLA, UN RACCONTO FANTASTICO, SOPRANNATURALE SPIEGA TANTE COSE CHE OGGI TROVANO RISCONTRO NELLA FISICA QUANTISTICA. IMMAGGINO SIA UNO STRUMENTO EVOLUTIVO DEMANDATO AI POPOLI DELLA TERRA DA “ESSERI UMANI” INCARNATI IN QUESTO “MONDO” MA NON DI “QUESTO MONDO.